Da tempo andiamo sostenendo che Slow Food si occupa della biodiversità domestica, poiché è questa a garantire la maggior parte del nostro cibo quotidiano. Il cibo è il nostro specifico campo di interesse e sui temi dell’agricoltura, dell’allevamento e della trasformazione degli alimenti l’associazione ha fondato la sua ragion d’essere e le sue strategie. In verità, non ci siamo mai posti il problema se questa divisione della vita sulla terra in domestica e selvatica non sia un po’ arbitraria o quanto meno grossolana. La scienza accademica non accenna a questa divisione e, quando analizza gli effetti dell’azione umana sulla natura vivente, non si pone mai il problema dell’ottica da cui osservarli: siano quelli dell’inquinamento o della deforestazione o dell’agricoltura, la scienza studia le modifiche, o meglio i danni, che l’azione umana reca alla biosfera, con approcci specializzati, magari anche per aree geografiche limitate, ma senza la distinzione di cui stiamo parlando.
Esistono alcune questioni che vanno precisate a questo proposito. Innanzitutto che non tutto il cibo che l’umanità assume deriva da agricoltura e allevamento, le pratiche che storicamente hanno saputo isolare dalla biodiversità le specie utili all’addomesticamento.
L’uomo preleva alimenti vegetali (funghi, erbe, piccoli frutti, tartufi) e animali (con caccia e pesca) dall’habitat selvatico ma, se si esclude la pesca che merita un discorso a parte, si ha la sensazione che si tratti di quantitativi irrilevanti. Non si hanno dati precisi: la Fao ci fornisce statistiche minuziose su tutto quanto attiene al cibo, ma non ci dice nulla sul prelievo alimentare dall’habitat selvatico vegetale. Probabilmente non esistono dati sufficienti a ricavare statistiche credibili e comunque parrebbe che l’attività dei raccoglitori non costituisca una minaccia seria per la biodiversità.
Minaccia indiretta
Altra cosa la caccia e la pesca, monitorate attentamente, poiché i prelievi eccessivi stanno riducendo le risorse naturali ai limiti vitali di sopravvivenza. In realtà, in moltissimi paesi, la caccia è severamente regolamentata, anzi si procede all’immissione nell’habitat naturale di specie allevate per mantenere la biodiversità a livelli che consentano la pratica hobbistica della caccia stessa. Una pratica ancora diffusa, ma marginale rispetto alla capacità di procurare alimenti – si caccia per sport – e che come tale sopravviverà, almeno nei paesi sviluppati, solo se assistita. Per la pesca è proprio la domanda crescente di pesce come alimento che provoca una pressione sulle risorse naturali al limite assoluto della sostenibilità. E le alternative “domestiche” di allevamento presentano una serie di problemi (ambientali, tecnologici, sanitari) tali da non consentire per ora di surrogare il prelievo selvatico. Per questa sua specificità legata alle abitudini alimentari planetarie, Slow Food colloca la pesca in un ambito contiguo alla biodiversità domestica, anche se tale a rigore non è. Ma è esattamente la seconda questione che in parte giustifica tale arbitraria definizione: l’uomo, da alcuni decenni, sta attaccando scientemente, metodicamente la biodiversità domestica per ridurla, semplificarla, omologarla. Le minacce alla biodiversità selvatica sono invece indirette, effetto di un sempre più folle sfruttamento del pianeta: nessuno vuole coscientemente estinguere le farfalle, i panda, le tigri del bengala, i lecci o la foresta pluviale. L’umanità li penalizza o li estingue perché scava pozzi, coltiva terre vergini, immette preparati chimici nel suolo, aumenta artificialmente la fertilità delle colture, prosciuga le riserve idriche, altera il clima e dunque li priva degli habitat naturali o ne altera le comunità ecologiche. Ma non si accanisce volontariamente contro la specie.Invece gli uomini stanno spiantando scientemente antiche varietà locali di frutta, verdura e cereali, e stanno sostituendo razze tradizionali di bovini, ovini, suini con ibridi moderni.
È un attacco mondiale, alla ricchezza degli stati e al grado di consapevolezza dei popoli, portato in nome di una presunta razionalizzazione degli allevamenti e delle colture, in nome della redditività. Ciò che l’uomo nel corso di 10 000 anni ha sapientemente e pazientemente selezionato creando dal nulla una straordinaria biodiversità, oggi viene progressivamente cancellato proprio dall’uomo. Si potrebbe obiettare che le poche migliaia di specie selezionate dall’uomo, oggi a rischio di estinzione, rappresentino una porzione decisamente piccola di biodiversità rispetto al totale. In effetti si valuta che le specie ancora esistenti siano molte di più del 1,4 milione classificate ufficialmente: Yvonne Baskin, in Il pasto gratis, riferisce di 30 milioni di specie, anche se un numero tra i 10 e i 15 milioni sia da ritenere più realistico. Numeri impressionanti, e tuttavia tali da far pensare che l’estinzione della vacca burlina o del mais criollo non rappresentino che un fruscio nell’assordante concerto della vita sulla terra.
Grado zero
In effetti già l’agricoltura e l’allevamento segnarono millenni or sono una sorta di semplificazione del modo di alimentarsi dell’umanità. Quando gli uomini erano cacciatori e raccoglitori – qualcuno sostiene che quella rappresenti la vera età dell’oro dell’Homo sapiens – traevano il loro nutrimento da almeno 8000 specie vegetali. Progressivamente la sedentarizzazione ha ridotto questo range, portandolo alle 150 specie attuali, tra le quali cinque forniscono il 50% del fabbisogno alimentare. Ma oggi è fortemente minacciata anche la biodiversità interspecie, la variabilità, quella capacità realizzata dall’evoluzione di moltiplicare le differenze per garantire una difesa migliore contro gli attacchi patogeni. La monocoltura come la intende l’agroindustria – cioè controllata e senza differenze interspecie – rappresenta il grado zero della biodiversità. Eppure è un metodo di coltivazione universalmente applicato in nome della maggiore produttività e si interviene con la chimica per sopperire alla fragilità della specie così semplificata. La monocoltura necessita di spazi estesi, di eliminare interferenze: è la fine delle siepi, degli alberi, delle colture promiscue, delle rotazioni, dei riposi biologici, della vitalità dei suoli. E necessita di far piazza pulita di tutto ciò che non garantisce il massimo di efficienza e di reddito e dunque di eliminare le razze e le specie tradizionali.
Questa minaccia alla biodiversità procede anche nel mare: i pescatori sanno che stanno attaccando pesantemente le risorse, che la pressione su alcune specie è eccessiva. Eppure si continua a pescare perché la macchina mondiale della pesca chiede maggiori disponibilità e garantisce mercati crescenti.
Si tratta, come si può intuire, di ambiti diversi: negli oceani l’attacco alla biodiversità marina rischia di essere mortale, definitivo, mentre nella biodiversità terrestre provoca effetti parziali, quantitativamente non rilevanti, come abbiamo visto. Ma le implicazioni sono di altra natura e assai più preoccupanti. Eliminando la biodiversità domestica si porta un attacco mortale alle colture locali, agli habitat storici, dove l’interazione tra le specie locali e la biodiversità selvatica era consolidata, collaudata da secoli di pratica agricola. Anzi la coesistenza di biodiversità selvatica e domestica era necessaria: garantiva la vitalità dei suoli, la presenza di animali in grado di attaccare gli insetti nocivi, la variabilità all’interno delle specie stesse, la vitalità del paesaggio, la naturalità dei processi produttivi.
Non a caso, ciò che predica oggi il metodo biologico in agricoltura era la pratica generale soltanto 50 anni fa, forse meno. E se il collasso delle colture locali nei paesi ricchi implica, per ora, la perdita di valori e tradizioni e non la penuria, nei paesi poveri ha significato la perdita totale della sovranità alimentare, con conseguenze che, a fronte degli attuali rincari dei prodotti agricoli, rischiano di degenerare in una spaventosa tragedia alimentare.
Ed è proprio su questo doppio fronte che si sviluppa l’attività di Slow Food: salvaguardare le tradizioni nei paesi sviluppati, per conservare le identità locali, la sanità delle produzioni e il piacere alimentare, preservare le economie locali nei paesi deboli come unico baluardo contro la fame e la crisi alimentare.
Piero Sardo
Presidente
Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus